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GLI EFFETTI REALI DELLA BREXIT

Come tutti ben sanno il termine “Brexit” indica l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ed è stato concepito per descrivere il quesito posto dal referendum consultivo dello scorso 23 Giugno, per il quale il popolo britannico è stato chiamato alle urne ad esprimersi sulla permanenza del proprio Paese nell’Unione Europea.

Coloro che erano favorevoli al distaccamento del Regno Unito – il fronte Leave – sostenevano che il fatto di non essere più membri dell’Unione rafforzasse la sovranità nazionale, consentendo al Paese al di là della Manica di concludere in modo indipendente i propri trattati commerciali e di limitare la libera circolazione delle persone, poiché il fenomeno dell’immigrazione in Gran Bretagna è attualmente fuori controllo.
Inoltre, l’uscita avrebbe permesso di risparmiare milioni di sterline, pagate ogni anno dal Regno Unito in quanto membro dell’UE, liberandolo dalle numerose regolamentazioni comunitarie e dall’inefficiente e costosa burocrazia europea.

Al contrario, quelli che erano favorevoli alla permanenza – il fronte Remain – dichiaravano che lasciare l’Unione Europea da una parte avrebbe messo a rischio la prosperità e lo sviluppo del Regno di Elisabetta II, diminuendo la sua influenza negli affari internazionali, e dall’altra avrebbe causato l’imposizione di dazi doganali tra il Regno Unito e l’UE, portando a perdita di lavoro e ritardi degli investimenti.

L’ufficialità dei risultati della mattina del 24 giugno ha sancito la vittoria del Leave con il 51,9%, in contrapposizione al 48,1% di chi ha votato per rimanere all’interno dell’Europa unita. Lo storico risultato ha determinato una chiusura definitiva del Regno di Sua Maestà verso un’istituzione effettivamente mai troppo amata, verso la quale l’antipatia è sempre stata sottolineata dalla mancata adesione all’Euro e dal rapporto “ambivalente” con essa, caratterizzato spesso dall’assunzione di posizioni di distacco da parte del Regno Unito, diversamente dagli altri paesi membri.

Da quel giorno istituzioni internazionali, banche, economisti e analisti si chiedono quali siano e saranno le conseguenze economiche, politiche, finanziarie e sociali della dipartita del Regno Unito.
Innanzitutto bisogna sottolineare che attualmente il Regno Unito non è ancora formalmente uscito dall’Unione Europea, dato che deve avvalersi dell’art. 50 del trattato di Lisbona, il quale conferisce alla Gran Bretagna almeno due anni di tempo per accordare i termini della scissione. Quindi, una volta che le trattative inizieranno ufficialmente, si delineeranno le nuove strategie politiche sul commercio e sull’immigrazione e si potranno riscontrare le vere conseguenze del referendum di giugno.

Nel frattempo le prime conseguenze politiche della Brexit sono state le dimissioni dell’ormai ex Premier David Cameron, che ha tentato fino all’ultimo di convincere gli elettori a votare per il Remain[1]. La nuova inquilina di Downing Street, Theresa May,  contraria alla Brexit, è disposta a traghettare il suo Paese in acque fino ad ora mai esplorate. Il nuovo Primo Ministro, infatti, ha confermato che l’invocazione dell’art. 50 sarà ultimata entro la fine di marzo 2017; dunque l’UK sarà totalmente indipendente entro l’estate del 2019. Una volta ufficializzata la Brexit, entrerà in vigore il Great Repeal Bill, dando fine alla supremazia del diritto comunitario sulla legislazione della Gran Bretagna.

Altra importante conseguenza della vittoria del Leave riguarda le popolazioni di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord che sono da considerare, a uscita dall’UE ratificata, extra-comunitari e dunque, il nuovo Governo inglese dovrà affrontarne i malumori. Difatti, la Scozia ha immediatamente reso noto che, considerata la prevalenza di voto per il Remain nel suo territorio, con molta probabilità sarà pianificato un secondo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito ed il governo di Edimburgo si batterà con tutte le sue forze per proteggere il posto della Scozia nell’Europa unita.

I mercati finanziari hanno reagito negativamente all’esito della consultazione. La mattina del 24 giugno, dopo l’annuncio dei risultati, il cambio della sterlina inglese è crollato in solamente due ore da $1,50 a $1,37, calo del 10% e 7% rispetto al Dollaro statunitense e all’Euro.

Il FTSE 100, l’indice azionario delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange, è sceso al -8% inizialmente, recuperando a mezzogiorno al −5% ed attestandosi a poco più del −3% alla chiusura della Borsa, mentre i prezzi delle azioni delle principali banche britanniche sono scese in media del 20%. A Borsa Italiana – sotto il controllo del London Stock Exchange – l’indice FTSE MIB ha ceduto il 12,48% e il Ftse All Share l’11,75%, registrando il peggior crollo della sua storia. In un solo giorno le Borse mondiali hanno bruciato un totale di 2000 miliardi e per i giorni successivi al voto, l’estrema volatilità dei mercati ha portato gravi difficoltà, soprattutto nei Paesi più deboli della zona euro, come Portogallo, Spagna, Grecia e Italia .

Le società di rating hanno subito ridotto il rating del Regno Unito, che precedentemente si attestava ad AAA. Per tutta risposta, la Bank of England ha tagliato i tassi d’interesse allo 0,25% dallo 0,50% e ha introdotto un pacchetto di misure straordinarie basate sul Quantitative Easing, ossia l’immissione sul mercato di liquidità tramite l’acquisto di titoli di Stato, che ammonta a 435 miliardi di sterline. Come se non bastasse, la principale banca inglese ha rivisto la crescita del PIL del 2017, riducendolo dal 2,3% allo 0,8%.

Gli scenari catastrofici delineati dalla Bank of England e da alcuni analisti sembravano mantenere il loro trend nel lungo periodo, ma dopo lo shock iniziale in seguito al referendum, questi si sono esauriti. I timori di recessione e collasso dell’economia britannica sono stati smentiti e nonostante qualcuno parli ancora di crisi all’orizzonte, l’economia è in crescita e sta registrando risultati positivi. Se nel mese di luglio l’indice PMI manifatturiero, cioè l’indice composto dell’attività manifatturiera di un Paese (il cui valore al di sotto di 50 indica contrazione economica), segnalava un calo a 48,3, in agosto ha registrato un’impennata a 53,3, con conseguente rialzo della sterlina che equivaleva a €1,19. Anche il settore dei servizi (l’80% dell’economia britannica, comprendente di servizi finanziari fino alla ristorazione) è stato caratterizzato da un rimbalzo positivo, ma ciò che più fa riflettere è l’aumento dell’occupazione (+21,8%) con logico aumento dei salari (+4,7%) che pertanto permette ai consumatori di continuare a spendere. È notizia delle ultime ore che nonostante i risultati elettorali di quattro mesi fa, il PIL è cresciuto del +0,5% nel terzo trimestre[3]. Per di più la casa automobilistica Nissan ha deciso di costruire due nuovi modelli nello stabilimento di Sunderland, la più grande fabbrica d’automobili del Regno Unito, in cui vengono prodotte 600 mila vetture l’anno. Il gigante nipponico ha deciso di rivedere i suoi piani, nonostante negli scorsi mesi abbia ribadito al governo inglese la volontà di produrre le auto destinate all’Europa continentale in un altro Paese comunitario, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi per effetto dei dazi da pagare per esportare. Insomma ottimi risultati che hanno spiazzato quella buona fetta di economisti che erano abbastanza scettici.

Il grafico mostra l’andamento sovrapposto della Borsa di Londra (Ftse 100, in bianco), delle principali azioni europee (Stoxx 600, in giallo) e di Piazza Affari (Ftse Mib, in verde). Dalla Brexit ad oggi a fare meglio di tutti è stata proprio la City.

Naturalmente tutto questo non vuol dire che le conseguenze negative della Brexit si siano esaurite, anche perché l’uscita del Regno Unito dall’UE formalmente deve ancora cominciare. Una volta fuori dall’UE, l’economia del Regno Unito dovrà fare i conti con i contraccolpi dell’uscita dall’area di libero mercato europeo.

Per il momento, l’Economist ha spiegato che una delle ragioni del mancato avveramento delle previsioni più pessimiste si può riassumere nel fatto che molti analisti non hanno preso in considerazione le misure adottate dalle autorità britanniche per aiutare l’economia, come ad esempio quelle sopracitate della Banca d’Inghilterra.

Un altro elemento importante sono state le previsioni che partivano dall’assunto che il processo di uscita dall’UE sarebbe avvenuto in fretta, proprio come auspicato dalle istituzioni europee.

Ora come ora le possibili strade da percorrere in futuro sono due: “hard Brexit” o “soft Brexit”. Ovviamente la scelta dell’uno o dell’altro comporterà differenti conseguenze.

Nel primo caso, il Regno Unito abbandonerà l’Unione Europea, tutti i trattatati e le istituzioni di cui fa parte. Ciò vuol dire interrompere la libera circolazione dei suoi cittadini all’interno dell’Unione e uscire dal mercato unico, con conseguente commercio con l’estero sottoposto all’applicazione di tariffe doganali e un danno del 44% del totale delle esportazioni, tutte rivolte verso l’Europa. Dall’altro lato, tutto questo potrà permettere al governo britannico di decidere in maniera indipendente chi o cosa potrà entrare o rimanere fuori dai confini del Paese.

La “soft Brexit”, invece, porterà la Gran Bretagna ad allontanarsi dalle istituzioni europee, ma avrà la possibilità di rimanere all’interno del mercato unico, proprio come Norvegia e Svezia. Questo comporterà vantaggi dal punto di vista commerciale, ma allo stesso tempo il Regno di Elisabetta II sarà costretto ad accettare le regolamentazioni dell’Unione, senza però avere rappresentanti nelle istituzioni. Pertanto la “soft Brexit” non è la soluzione avallata dai sostenitori del Leave, per i motivi citati sopra, né dai Paesi come Francia e Germania, i quali vogliono un taglio netto col passato.

Per adesso la soluzione che sta prendendo più piede tra i principali Paesi del vecchio continente è l’”hard Brexit”, proprio perché non può esistere libera circolazione delle persone senza libera circolazione di merci e capitali, ma dipenderà tutto dagli accordi stipulati dopo l’inizio delle trattative stabilite dall’art. 50 del trattato di Lisbona. Tuttavia, è notizia di questi giorni che uno studio condotto da Civitas (ente che studia la Società Civile inglese), ha riportato che l’uscita di Londra dal mercato europeo costerà più alle imprese europee che a quelle inglesi (14.6 miliardi di euro contro 5.8 miliardi di euro).[3] Pertanto la decisione su come il Regno Unito debba abbandonare l’Unione Europea giocherà un ruolo essenziale sulla scacchiera dell’economia europea, se non addirittura mondiale.

Benché la Gran Bretagna si stia godendo gli effetti positivi della valuta debole sul turismo e sulle vendite delle sue aziende all’estero, i guai ormai stanno arrivando. Secondo l’amministratore delegato della British Bankers’ Association, i colossi bancari hanno deciso di abbandonare la City di Londra nei primi mesi del 2017, per spostare le loro attività in un’altra grande capitale europea, mentre le piccole banche sono pronte a spostarsi entro Natale di quest’anno. A preoccupare soprattutto gli istituti di credito è la possibile “hard Brexit”, che vedrebbe l’isola britannica allontanarsi ancora di più dal vecchio continente. Se fosse così, le banche rinuncerebbero al loro diritto di negoziare servizi a tutti i Paesi dell’Unione, cioè il 20% del loro fatturato, e sarebbero costrette a pagare tariffe doganali e chiedere autorizzazioni per prestare servizi a ogni singolo Paese estero. Se questo sistema collassa, sono a rischio 70 mila posti di lavoro nella City. Quindi, in vista dei compromessi di marzo 2017 gli istituti di credito si dileguano, abbandonando la capitale della finanza e i burocrati di Bruxelles non vedono altra soluzione se non troncare ogni beneficio che la Gran Bretagna aveva fino a quattro mesi fa.

Intanto sotto i colpi della speculazione prosegue la caduta del Pound, il quale ha perso un quinto del suo valore, toccando i minimi storici da 30 anni. Secondo il Financial Times, il bassissimo valore reale della sterlina sarà certamente favorevole alle aziende esportatrici, ma chi pagherà più conseguenze saranno le famiglie, a causa dell’inflazione, e le imprese importatrici (ci saranno dei cambiamenti evidenti nella Bilancia dei pagamenti britannica).

Ma per noi che siamo a chilometri di distanza, quali possono essere le ripercussioni sulla vita di tutti i giorni? Molto probabilmente sentiremo parlare sempre meno l’inglese dai nostri bambini, a partire proprio dalle scuole, per dar sempre più spazio a lingue come il tedesco o il francese. Secondo la presidentessa della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, Danuta Hubner, dal momento in cui si completerà la Brexit, la lingua più parlata al mondo verrà messa nel dimenticatoio dall’Europa unita. Addirittura, le ultime indiscrezioni del Wall Street Journal dicono che la Commissione europea abbia già iniziato ad utilizzare il francese e il tedesco nelle comunicazioni ufficiali con i Paesi esteri. Difatti esiste una normativa europea in base alla quale ogni Paese membro dell’Unione ha il diritto di scegliere una lingua ufficiale, ma solamente la Gran Bretagna aveva scelto l’inglese. Quindi dal momento in cui si completerà la Brexit, non sarà più l’inglese la lingua principale per i funzionari europei.

Certamente quest’ultima non sarà sotto attacco periodicamente come la sterlina, ma inizia a vacillare anch’essa e senza dubbio è un altro effetto negativo del referendum del 23 giugno scorso.

Come se non bastasse, oltre alla già annunciata fuga delle banche dalla City, sono già pronti con le valigie un quinto dei cittadini degli altri 27 Paesi comunitari residenti nel Regno Unito. A rivelarlo è il Financial Times, che tramite un sondaggio ha evidenziato la volontà dei residenti stranieri di ritornare nella loro terra d’origine, soprattutto a causa del ricomparsa della xenofobia verso gli immigrati e gli europei.

Nonostante ogni giorno siano pubblicate un’infinità di notizie riguardo le possibili conseguenze del voto di giugno, per il momento sia ai cittadini britannici che ai cittadini del mondo non resta che affidare il proprio destino ai potenti, alle istituzioni sovranazionali e ai colossi della finanza. Nessuno può sapere con precisione quale sarà il futuro che ci aspetta, sappiamo solo quanto può essere forte e determinante una decisione presa direttamente dal popolo attraverso un referendum. Aspettate, come si chiamava? Ah sì, la cara e vecchia democrazia!

[1] Tuttavia, è bene ricordare che il referendum sulla Brexit è stato convocato da Cameron stesso: durante la campagna elettorale del 2015, egli aveva infatti promesso che, in caso di vittoria, avrebbe indetto un referendum per andare incontro alle richieste di alcuni parlamentari e di diversi partiti, che insistevano affinchè i britannici se esprimessero nuovamente sull’argomento.

[2] Il Sole 24 Ore del 27/10/2016

[3] La Stampa del 24/10/2016

Loris Buscaino

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