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INTELLIGENZA EMOTIVA: L’IMPORTANZA DI UN AMBIENTE LAVORATIVO EMOTIONAL-FRIENDLY

Non si nasce imparati, ci insegnano a guidare le macchine, a scrivere , a leggere e non ci dicono una parola sulle nostre emozioni che sono cose che faranno la nostra vita (…) se non si educa alla nostra emotività, alla nostra profondità, ogni ragazzo fa delle cose spaventose, la coscienza può essere educata a fare degli errori se uno persevera.” Questo è ciò che disse il grande Roberto Benigni circa l’educazione emotiva durante uno dei suoi monologhi. 

Ovviamente tutti sappiamo quanto sia importante emozionarsi ed essere capaci di interfacciarsi in modo empatico con gli altri individui nella vita. Tuttavia quello che invece succede spesso è che tendiamo a perdere questa connotazione emotiva nella vita professionale

Spesso infatti, a causa della grande competitività che pervade l’ambiente lavorativo, abbiamo iniziato a credere che per raggiungere una meta professionale o un certo status che ci differenzi dagli altri, non serva essere profondi o sfruttare il proprio lato emotivo, ma che addirittura sia svantaggioso. Sembra quindi necessario che per un certo risultato serva seguire la razionalità, essere distaccati e incontrovertibili per non essere visti come deboli.

Ma non possiamo separaci così facilmente dalle emozioni, perché cuore e mente non sono scindibili: pur essendo fra loro in qualche modo distinguibili, si integrano a vicenda e realizzano le scelte quotidiane della vita. 

Conoscere le nostre emozioni e riuscire a capire quelle degli altri non ci rende deboli, ma, anzi, è solo sinonimo di vanto: ora una vera e propria competenza, sia a livello sociale che personale, applicabile nel mondo lavorativo. 

Secondo i recenti studi di Peter Salovey e John D. Mayer, l’intelligenza emotiva risulta “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni” e secondo Daniel Goleman, ha cinque caratteristiche fontamentali:

  • Consapevolezza di sé, la capacità di produrre risultati riconoscendo le proprie emozioni;
  • Dominio di sé, la capacità di utilizzare i propri sentimenti per un fine;
  • Motivazione, la capacità di scoprire il vero e profondo motivo che spinge all’azione;
  • Empatia, la capacità di sentire gli altri entrando in un flusso di contatto;
  • Abilità sociale, la capacità di stare insieme agli altri cercando di capire i movimenti che accadono tra le persone.

Tutte queste componenti sono essenziali per la vita sociale e soprattutto per la vita professionale. Attraverso l’empatia e le abilità sociali che favoriscono legami collaborativi, abbiamo la possibilità di costruire attorno a noi consenso e appoggio, facilitazione alla comunicazione e gestione dei conflitti. 

Grazie a ciò, si sviluppa quindi un tipo di leadership efficace, non prettamente autoritario. Gary Yukl, nei suoi studi sulla leadership ha ribadito che “i manager hanno bisogno di capire come agire nelle diverse situazioni e questo è il motivo per cui è importante iniziare da se stessi per capire come relazionarsi con gli altri.”

Ma i cambiamenti coinvolgono tutta la struttura di un’organizzazione, oltre che le singole parti: recentemente, le aziende che hanno appreso il valore aggiunto di questa forma di intelligenza stanno iniziando ad promuovere una gestione rivolta al lato umano, con l’apporto di psicologi e professionisti delle risorse umane. 

Il Gruppo Sodexo, nello studio Workplace Trend 2018 ha appreso che il 34% dei recruiters dà molta importanza all’intelligenza emotiva, la quale si posiziona tra le prime 10 competenze richieste entro il 2020 dal World Economic Forum.

La strada per una completa comprensione dell’importanza vitale dell’educazione emotiva è ancora lunga, ma l’intelligenza emotiva risulta sempre più richiesta e vitale per una carriera volta al successo.

Giulia Giacometti

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