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QUANDO COMPORTARSI DA UOMO FA MALE

Quando è stata l’ultima volta che ti hanno detto: “Comportati da uomo” ?

Questa frase è infatti talmente comune che chiunque l’ha pronunciata o sentita almeno una volta nella propria vita.
Sono parole che invitano ad essere forte, nascondendo dolore o tristezza, e a mostrarsi spavaldi e quasi invulnerabili.

Ci si aspetta quindi che la persona a cui queste parole sono dette, sia esso un bambino, un ragazzo o un uomo, adotti il comportamento richiesto, prendendo le distanze da modi di fare tipicamente femminili. Questa richiesta non risparmia probabilmente nessuno: chiunque può aver ricevuto almeno una volta questo invito; che fosse pronunciato con toni scherzosi o più seri, che sia stato ricevuto da bambini o più recentemente, chiunque può essere stato richiamato all’ordine durante un momento di debolezza, ricevendo il monito di tornare a comportarsi da uomini.

E se la risposta giusta fosse davvero “no”?

La frase “Comportati da uomo” si basa sul presupposto che tutti conoscano quali sono gli atteggiamenti considerati virili. Chiunque, durante la propria vita, impara a riconoscere infatti i comportamenti accettati per i maschi e per le femmine. Viene quindi dato per scontato che un lui sia sprezzante del pericolo, disposto al sacrificio e capace di sostentare la sua famiglia, mentre da una lei ci si aspetta accondiscendenza e che badi ai figli e alla casa. Questi ruoli, in particolare quelli relativi ai compiti tradizionalmente assegnati alla donna, sono stati messi in discussione nell’ultimo secolo dal movimento femminista, di cui è bene sottolineare i meriti e le battaglie per il perseguimento di obiettivi ancora non realizzati.

Un percorso simile può essere affrontato anche dal genere maschile, che può ora rimettere in discussione gli standard che è chiamato a rispettare per essere considerato sufficientemente virile. Questo sforzo diventa ancora più importante dal momento che lo stereotipo del “vero uomo” può incidere anche sulla durata della propria vita.

Ad oggi, infatti, in Italia l’aspettativa di vita per l’uomo è di circa 5 anni inferiore rispetto a quella della donna. Questo dato è coerente con altri Paesi in tutto il mondo e le sue cause possono essere anche legate ai ruoli di genere. Courtenay (2003), ad esempio, individua trenta fattori che possono incidere sulla differenza di longevità tra i due sessi, molti dei quali connessi proprio allo stereotipo maschile.

Ad esempio, osserva come i medici tendano a sottostimare l’incidenza di malattie mentali negli uomini durante le loro diagnosi, mentre gli stessi uomini adottano più frequentemente comportamenti rischiosi rispetto alla controparte femminile e sono meno informati riguardo a temi di salute specifici per loro. Un altro fattore che può incidere sulla discrepanza osservata sopra è poi anche la mancanza di supporto sociale: il sesso maschile sembra infatti meno propenso a chiedere aiuto in momenti di difficoltà, e, forse memore del monito a “comportarsi da uomo”, in condizioni di difficoltà ricorre più frequentemente a strategie quali il diniego, la ricerca di distrazioni o l’uso di sostanze alcoliche e stupefacenti (Volpato, 2013). Inoltre, poiché la manifestazione di segni di debolezza è generalmente malvista nell’uomo, anche le relazioni di amicizia prevedranno meno occasioni di confidenza, le quali saranno viste spesso come momenti di manifestazione delle proprie vulnerabilità. Dal momento però che una rete sociale più solida è associata a migliori condizioni di salute, questo fattore incide notevolmente sulla qualità della vita del sesso maschile: il supporto degli altri aiuta infatti a prevenire malattie gravi o infarti, oltre a favorire la guarigione quando questi sono già avvenuti (Courtenay, 2003).

L’idea che l’uomo debba essere invulnerabile e privo di manifestazioni di dolore viene proposta sin dai primi anni di vita: i bambini sono infatti incoraggiati a svolgere attività più pericolose rispetto alle coetanee, vengono puniti maggiormente e più duramente e viene loro insegnato a nascondere il dolore e a non chiedere aiuto in caso di difficoltà.


Le conseguenze di una “mascolinità “tossica”, come viene indicata la virilità che arriva a danneggiare gli stessi uomini, possono essere molto gravi per tutti, tanto coloro che aderiscono al prototipo di virilità, quanto per coloro che invece se ne distanziano. Fortunatamente, però, il ruolo maschile può cambiare: da ormai 6 anni in Italia è stata indetta la Giornata Internazionale dell’Uomo, stabilita per il 19 novembre, che si presenta come un’occasione utile anche per rimettere in discussione gli stereotipi legati alla costruzione della virilità. Il movimento femminista ha poi alimentato la discussione attorno al ruolo maschile nella società, favorendo anche la promozione di figure diverse da quella del macho tradizionale, viste come modelli positivi.

Infine, proprio nel mese di novembre, la Movember Foundation ha indetto l’omonima iniziativa, il cui nome deriva dall’unione delle parole “moustache” (baffi) e “November”. Durante questi trenta giorni, tutti sono difatti invitati a non tagliarsi i baffi, così da sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della salute maschile.
Come rispondere quindi alla frase “Comportati da uomo”? È Guante  in un pezzo di Slam Poetry pubblicato su YouTube, a trovare le parole più immediate ed efficaci: “No”.

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