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	<title>Uncategorized Archivi - JEMIB Junior Enterprise Milano Bicocca</title>
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	<description>Sito ufficiale di JEMIB</description>
	<lastBuildDate>Mon, 10 Jul 2023 21:17:56 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Uncategorized Archivi - JEMIB Junior Enterprise Milano Bicocca</title>
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	<item>
		<title>Perché il naufragio del Titan ci ha sconvolti</title>
		<link>https://jemib.it/fattori-viralita-naufragio-titan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jul 2023 21:17:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare del sottomarino Titan, scomparso il 18 Giugno nelle stesse acque che più di 100 anni fa inghiottirono il Titanic. L&#8217;ampia copertura mediatica ha coinvolto non solo i media tradizionali, ma anche la sfera digitale. Le persone di tutto il mondo si sono unite su piattaforme di social media [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare del sottomarino Titan, scomparso il 18 Giugno nelle stesse acque che più di 100 anni fa inghiottirono il Titanic.</p>



<p>L&#8217;ampia copertura mediatica ha coinvolto non solo i media tradizionali, ma anche la sfera digitale. Le persone di tutto il mondo si sono unite su piattaforme di social media per discutere, condividere ipotesi. Gli hashtag dedicati all’evento hanno dominato le tendenze sui social media, trasformando questa storia in un fenomeno globale.</p>



<p>Persino le autorità governative e gli organismi internazionali si sono mobilitati, coordinando le operazioni di ricerca e soccorso, riflettendo l&#8217;importanza attribuita a questa vicenda a livello mondiale.</p>



<p>L&#8217;interesse generale, alimentato dagli interrogativi e dalle speculazioni, dimostra come un evento apparentemente isolato possa trasformarsi in una narrazione globale che coinvolge e affascina le persone in tutto il mondo.</p>



<p>Lo scopo di questo articolo non è trattare ulteriormente i tragici accadimenti dei quali il sottomarino è stato protagonista, ci concentreremo piuttosto sui fattori che hanno contribuito a rendere il naufragio del Titan un evento di massa.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>Cos’altro accadeva nel frattempo:</strong></p>



<p>Prima di parlare dei principali fattori che hanno contribuito a rendere la scomparsa del Titan virale, è a mio avviso importante notare almeno un altro evento che si è verificato nello stesso time-frame della sparizione del Titan: il naufragio di un barcone di migranti in acque greche.</p>



<p>Sulla carta, questo secondo evento avrebbe dovuto ricevere molta più copertura: 81 morti, più di 600 dispersi (sicuramente intrappolati nella stiva) e 104 salvati.</p>



<p>Sono cifre spaventose, che purtroppo rimarranno solo cifre, prive di volto, inequivocabile prova di una problematica che probabilmente non verrà mai affrontata nel modo corretto.</p>



<p>Sarebbe forse possibile liquidare l’argomento incolpando l’opinione pubblica, rea di superficialità e disinteressata al fenomeno migratorio, ma non è così, le ragioni per cui il naufragio del Titan ha avuto maggiore riscontro nel dibattito pubblico sono puramente umane.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>Empatia:</strong></p>



<p>Il primo fattore che ho identificato è l&#8217;empatia: una qualità preziosa che ci connette profondamente con gli altri.</p>



<p>È la capacità di mettersi nei panni degli altri, di comprendere le loro emozioni e di rispondere con compassione. Attraverso l&#8217;empatia, possiamo percepire il dolore, la gioia e le sfumature emotive degli altri, creando un legame empatico che ci avvicina e ci fa sentire parte di una comunità.</p>



<p>Essa nutre la nostra umanità, generando un ambiente di comprensione reciproca.</p>



<p>Tuttavia, va sottolineato che l&#8217;empatia può presentare dei limiti quando ci troviamo di fronte a persone con esperienze e punti di vista molto diversi dai nostri.</p>



<p>La nostra capacità di comprendere completamente il mondo emotivo degli altri potrebbe essere limitata dalla mancanza di esperienza diretta o dalla mancanza di conoscenza delle loro culture, sfide e prospettive.</p>



<p>In questi casi, l&#8217;empatia potrebbe essere offuscata o distorta, rendendo difficile cogliere appieno le complessità delle loro emozioni e della loro realtà.</p>



<p>Ironicamente, un occidentale medio è molto più simile ai migranti che alle quattro persone, molto ricche, che hanno perso la vita nel sottomarino, eppure proviamo maggiore empatia per questi ultimi.</p>



<p>Quanti di noi potrebbero permettersi anche solo il biglietto per scendere nelle profondità dell’oceano e visitare il relitto del Titanic? Non molti. Quanti di noi nel corso della propria vita raggiungeranno il livello di benessere dei passeggeri del Titan? Quasi nessuno. Eppure reputiamo più remota la possibilità di trovarci nei panni dei migranti.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>Fascinazione:</strong></p>



<p>Anche la fascinazione ha contribuito fortemente alla copertura mediatica eccessiva.</p>



<p>L&#8217;umanità è da sempre affascinata dalle profondità insondabili dell&#8217;oceano. Le profondità marine, oscure e misteriose, rappresentano un regno di meraviglia e di segreti nascosti.</p>



<p>Nonostante le difficoltà e le incognite che questo ambiente ostile presenta, l&#8217;uomo è spinto dall&#8217;intrinseca curiosità e dalla sete di conoscenza a esplorare le profondità oceaniche, cercando di svelare i loro misteri.</p>



<p>È l&#8217;attrazione per l&#8217;ignoto e l&#8217;incredibile ricchezza di biodiversità che stimolano l&#8217;interesse e la passione dell&#8217;uomo per le profondità dell&#8217;oceano.</p>



<p>Se pensiamo poi, che la missione del Titan era raggiungere il relitto del Titanic, altra incredibile fonte di fascinazione, l’impatto causato dell’evento risulta molto più comprensibile.</p>



<p>Al contrario, non c’è nulla di affascinante o poetico nella cruda morte di 700 persone in cerca di una vita migliore.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>Semplicità:</strong></p>



<p>Il terzo fattore determinante al quale ho pensato è la quasi assenza di barriere all’ingresso della conversazione in merito al Titan.</p>



<p>E’ materialmente impossibile che un argomento di conversazione diventi virale se la gran parte delle persone non hanno nozioni sufficienti per reggere un discorso nel merito.</p>



<p>In questo caso, gran parte della discussione è rimasta su binari facilmente percorribili da chiunque, senza la necessità di avere conoscenze specifiche, facendo si che ognuno sentisse di doversi esprimere.</p>



<p>Il fenomeno migratorio è invece molto complesso, ha cause remote e possibili soluzioni ancora più complesse, non è decisamente un argomento del quale si potrebbe discutere tranquillamente al bar.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><strong>Conclusioni:</strong></p>



<p>In conclusione, abbiamo analizzato alcuni dei fattori, a mio avviso i più incisivi, che hanno reso il disastro del Titan globalmente virale, evidenziando inoltre ciò che ha impedito ad un evento apparentemente assimilabile di godere della stessa sorte.</p>



<p>Mi auguro che questo articolo abbia stimolato la tua curiosità, continua a seguire Jemib per ulteriori articoli.</p>



<p>Leonardo Cengia</p>
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		<item>
		<title>AREA IT &#038; BUSINESS INTELLIGENCE: COSA FA IN JEMIB</title>
		<link>https://jemib.it/area-it-business-intelligence-cosa-fa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Oct 2022 11:16:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[area jemib]]></category>
		<category><![CDATA[business intelligence]]></category>
		<category><![CDATA[it]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di cosa si occupa l'area IT &#038; Business Intelligence in JEMIB? Scoprilo in questa intervista ad Alberto Sormani, responsabile dell'Area.</p>
<p>L'articolo <a href="https://jemib.it/area-it-business-intelligence-cosa-fa/">AREA IT &#038; BUSINESS INTELLIGENCE: COSA FA IN JEMIB</a> proviene da <a href="https://jemib.it">JEMIB Junior Enterprise Milano Bicocca</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’area IT &amp; BI (<strong>Informational Technology &amp; Business Intelligence</strong>) in azienda è una componente preziosa e fondamentale perché si occupa di raccoglierne i dati, analizzarli, interpretarli, rappresentarli con dashboard personalizzate e utilizzarli per prendere decisioni strategiche e mirate o per ottimizzare processi interni all’organizzazione stessa.&nbsp;</p>



<p>Anche in JEMIB adottiamo una mentalità <strong>data-driven</strong> perché siamo consapevoli dell&#8217;importanza dei dati. Per questo motivo, abbiamo investito tempo e risorse per ottimizzarne la raccolta, la relativa archiviazione e per ricavarne informazioni che possano fornire supporto strategico al management e al CdA della nostra associazione.&nbsp;</p>



<p>Per raccontarti meglio <strong>cosa fa l’area IT &amp; Business Intelligence</strong> in JEMIB, abbiamo intervistato Alberto Sormani, responsabile dell’Area.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ciao Alberto! Ci puoi raccontare brevemente chi sei e che ruolo ricopri in JEMIB?</strong></h2>



<p>Ciao, sono Alberto! Frequento l’ultimo anno del corso di <strong>laurea triennale in Informatica</strong>. All’interno di JEMIB ricopro il ruolo di <strong>responsabile dell’area IT &amp; BI</strong>. Area nata a inizio 2022 nel tentativo di innovare l’area Audit, finendo poi per sostituirla.</p>



<p>Attualmente svolgo ancora lavori operativi di project management del progetto che gestisce il database aziendale con la relativa web app gestionale e di sviluppo dei codici sorgenti; attività che sto progressivamente smettendo di svolgere.</p>



<p>I miei obiettivi all&#8217;interno di JEMIB sono <strong>creare l&#8217;infrastruttura informatica</strong> che l&#8217;associazione utilizzerà per tutti gli anni a venire e contemporaneamente <strong>strutturare l&#8217;area </strong>per renderla solida e indipendente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ci spieghi cosa fa l&#8217;area IT &amp; Business Intelligence e che contributo portate in JEMIB quotidianamente?</strong></h2>



<p>L’area IT &amp; BI si occupa di elaborare, immagazzinare e analizzare tutti quelli che sono i dati e le informazioni che gravitano all’interno e intorno a JEMIB.</p>



<p>Abbiamo iniziato raccogliendo e centralizzando i dati relativi agli associati, che di fatto rappresentano <strong>il cuore del nostro sistema</strong> informativo e informatico. Intorno a essi, infatti, orbitano i dati dei processi di recruitment, dei progetti interni ed esterni, il tempo a loro dedicato e i dati della tesoreria. Il database è già predisposto per raccogliere anche i dati relativi alle training interne ed esterne, alle assemblee, ai clienti (<strong>CRM</strong>), survey interne e ulteriori dati sugli associati.</p>



<p>Nel concreto, decidiamo la forma che dovranno avere le <strong>strutture dati</strong> e <strong>automatizziamo i processi</strong> di raccolta e formattazione. Tutti questi <strong>big data</strong> sono fortemente interconnessi fra loro.</p>



<p>Sarà poi il team dedicato, cioè il <strong>Team Dashboard</strong>, a occuparsi dell’analisi dei dati per estrapolare informazioni inedite e rappresentarle tramite grafici e report che ci restituiscono un’immagine fedele di quella che è la situazione attuale e passata.</p>



<p>Queste informazioni ci <strong>permettono di predire</strong>, con una certa precisione, quali sono le migliori <strong>scelte strategiche</strong> da compiere.</p>



<p>Il vero potenziale dell’area IT &amp; BI, essendo ancora agli albori, sarà visibile a tutti solamente fra qualche mese. Questo perché la creazione dell’infrastruttura segue una <strong>curva esponenziale</strong>; ma questo ci suggerisce anche che, appena il sistema sarà solido, la sua capacità sarà potenzialmente illimitata.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>In quanti team è suddivisa l&#8217;area? Mi racconti cosa fa ogni team?</strong></h2>



<p>L’area IT &amp; BI gestisce tre progetti, ognuno con il suo team:</p>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Database &amp; Balloon</strong> è il fulcro della nostra area e sì suddivide in due sfere di competenza interconnesse tra loro:<ul><li>La prima gestisce il <strong>database aziendale</strong>, si occupa quindi di dare una forma ai dati e di formattarli correttamente prima della memorizzazione. Inoltre si prende carico dell’anonimizzazione dei dati sensibili.</li><li>La seconda sfera di competenza si cura di Balloon, la nostra <strong>web app gestionale</strong> (mobile &amp; desktop), che è il mezzo per inserire e aggiornare i dati nel database, tutti i dati del database passano da qua. L’applicazione permette di utilizzare diverse <strong>funzioni in base al ruolo</strong> dell’utente all’interno dell’associazione. Il gestionale funge da strumento di supporto per specifiche <strong>attività manageriali e operative</strong>.</li></ul></li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>Dashboard &amp; Reportistica</strong> nasce per studiare i dati aziendali. Sì dedica ad <strong>analizzare e rappresentare</strong> graficamente i dati nel nostro database e le informazioni da essi derivate, tramite <strong>grafici e report</strong> che sì aggiornano <strong>dinamicamente in automatico</strong>. A breve inizierà a raccogliere anche i dati del nostro nuovo sito web e dei nostri <strong>social media</strong> (LinkedIn, Instagram, TikTok). In un prossimo futuro diventerà il progetto cardine per la maggior parte dei servizi che offriremo <strong>ai nostri clienti</strong>.</li></ul>



<ul class="wp-block-list"><li><strong>RCA</strong> (Resource Consumption Accounting) è il progetto che affianca la tesoreria nel compito di fare <strong>previsioni di bilancio</strong> (budgeting), <strong>analisi degli scostamenti</strong> e redigere i <strong>report trimestrali</strong> e i bilanci annuali delle finanze di JEMIB.</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che tecnologie utilizzate? È un problema per chi non sa utilizzare uno strumento indispensabile all&#8217;area?</strong></h2>



<p>Per entrare in JEMIB non è richiesta la conoscenza dei tool che utilizziamo all’interno dell’area. Istruiamo i nuovi associati con <strong>formazioni ad hoc </strong>sulle tecnologie che utilizziamo e li affianchiamo durante il lavoro (<strong>learning by doing</strong>).</p>



<p>Nello specifico:</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Per lavorare con il <strong>database </strong>è richiesta la conoscenza del funzionamento dei database relazionali e del linguaggio <strong>SQL</strong> . In JEMIB sì impara a lavorare con un <strong>database</strong> <strong>MySQL</strong>, che gira su un server <strong>Microsoft Azure</strong>.</li><li>Per operare sulla <strong>web app gestionale</strong> è richiesta la conoscenza del paradigma di <strong>programmazione a oggetti</strong>, ma nessun linguaggio in particolare. In JEMIB gli associati imparano come utilizzare il <strong>linguaggio Python</strong>, come strutturare applicazioni web, come costruirle tramite il framework <strong>Streamlit</strong> e come sviluppare un software grazie ai <strong>repository GitHub</strong>.</li><li>Per unirsi al <strong>Team Dashboard </strong>è sufficiente una buona conoscenza dell’<strong>analisi statistica</strong>. Con noi gli associati imparano ad <strong>analizzare big data</strong> e a rappresentarli tramite Microsoft <strong>PowerBI Pro</strong>.</li><li>Per partecipare a <strong>RCA </strong>è richiesta solamente la conoscenza dell’<strong>analisi dei bilanci</strong> e le basi di <strong>Excel</strong>. Con noi gli associati approfondiscono l’uso di Excel e imparano l’arte del <strong>budgeting</strong>, le <strong>analisi degli scostamenti</strong> e a redigere <strong>report trimestrali</strong> e annuali per il CdA.</li></ul>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Come si evolverà l’area IT &amp; BI nei prossimi mesi e nei prossimi anni?</strong></h2>



<p>L’obiettivo principe è analizzare tutti i <strong>KPI </strong>(Key Performance Indicators) interni e rappresentarli in modo semplice e intuitivo tramite un sistema di <strong>dashboard personalizzate</strong> per ogni settore d’interesse: social, recruiting, segreteria, CRM, tesoreria, analisi dei processi operativi e manageriali, formazioni, et cetera.</p>



<p>Contemporaneamente stiamo costruendo dei sistemi di formattazione e <strong>conversione dati</strong> al fine di sviluppare servizi per l’<strong>importazione </strong>e<strong> l’esportazione dei dati </strong>da e verso database SQL<strong> </strong>in qualsiasi formato: PDF, Excel, CSV, JSON, XML, et cetera. Nel 2023 inizieremo a <strong>vendere i nostri servizi </strong>alle PMI (Piccole e Medie Imprese), e continueremo a <strong>specializzarci sempre più </strong>in quelle che sono le reali esigenze del mercato del lavoro.</p>



<p></p>



<p>#JEMIBreview</p>



<p><em>Rosella Tiziana Ferrara</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL MADE IN ITALY: DALLE ORIGINI AL POST COVID</title>
		<link>https://jemib.it/made-in-italy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 15:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[cultura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Made in Italy, da sempre portavoce della cultura italiana nel mondo, ha attraversato diverse fasi. Ma cosa si intende esattamente per ''Made in Italy?"</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cosa vuol dire &#8221;<em>Made in Italy</em>&#8221;? Come è cambiata la visione del marchio nel tempo? </p>



<h4 class="wp-block-heading"><em>La nascita del Made in Italy</em></h4>



<p class="has-text-align-left">Il termine <strong>Made in Italy</strong> è difficile da definire in maniera univoca, in quanto esso stesso risulta al suo interno più articolato e con varie accezioni. Questa espressione venne utilizzata, a partire dagli anni 80, per indicare la specializzazione del sistema produttivo italiano nei settori manifatturieri cosiddetti tradizionali.                                        </p>



<p class="has-text-align-left">Rientrano in questa definizione le cosiddette<strong> 4 A</strong>: <em><strong>abbigliamento</strong></em> (e beni per la persona), <em><strong>arredamento</strong></em> (e articoli per la casa),<strong><em> automotive</em> </strong>(inclusa la meccanica) e <em><strong>agroalimentare</strong></em>. Nonostante nell’immaginario collettivo il termine rimandi al lusso e alla qualità, le origini del <strong>Made in Italy</strong> non sono così ‘’nobili’’.                                                                                Il termine non nasce per ‘’difendere i prodotti italiani’’, bensì per motivi assai diversi. Durante gli anni sessanta, infatti, alcuni paesi europei, tra cui Germania, Francia e l&#8217;Inghilterra, a difesa della loro produzione applicavano delle etichette sui prodotti stranieri, per indicare ai consumatori quali fossero quelli da evitare. Successivamente i produttori italiani hanno trasformato questa emarginazione produttiva in una <strong>grande opportunità</strong>, portando il <strong>Made in Italy</strong> ad essere un’equazione di<strong> qualità</strong> e spesso a primeggiare su quegli stessi produttori che in passato ne avevano causato l’esclusione.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Cosa si intende per ‘’Made in Italy”</em>?</h4>



<p>I prodotti <strong>Made in Italy</strong>, denominati <strong>BBF</strong> (belli e ben fatti), afferiscono in maniera più marcata alle cosiddette <strong>3F</strong> ( FOOD, FASHION, FORNITURE). Questi beni differiscono non solo per la <strong>qualità</strong> ma anche per il <strong>design</strong>.                                  Sono portavoce della nostra <strong>creatività</strong>, senza escludere il processo produttivo in ogni sfaccettatura e l’utilizzo di materiali pregiati.                                                                                                                                                                  Questa formula vincente è sicuramente dovuta anche alla stessa <strong>cultura italiana</strong> e alla sua cura minuziosa per l’estetica. L’espressione ‘’<em>made in</em>’’ non è da intendersi infatti nella mera accezione ‘’prodotto in‘’ ma racchiude invece tutti quei <strong>valori</strong> che ci riconoscono nel mondo.</p>



<figure class="wp-block-gallery aligncenter has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="17664" src="https://jemib.it/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-01-at-14.48.12-1.jpeg" alt="" class="wp-image-17664"/></figure>
</figure>



<h4 class="wp-block-heading"><em>Qual è il futuro del Made in Italy?</em></h4>



<p>Il <strong>Made in Italy</strong>, oltre ad essere un’espressione difficile da definire, è senz’altro un fenomeno in divenire, grazie anche al suo continuo riflettersi con la realtà circostante.                                                                                                                         La globalizzazione ha sicuramente evidenziato le caratteristiche su cui si fonda il <strong>Made in Italy</strong>; basti pensare che il suo valore in termini di esportazioni verso i Paesi avanzati è di <em>114 miliardi di euro</em>. A questo bisogna aggiungere la grande crescita che Il <strong>Made In Italy</strong> sta avendo nei paesi emergenti pari a circa <em>20 miliardi</em>. Nonostante la crisi pandemica mondiale, Il <strong>Made in Italy</strong> ha perseguito la sua crescita in maniera esponenziale.                                                                                                                                                                 Il consumatore preferisce e preferirà il <strong>valore dei prodotti</strong>, sia come <em>rapporto prezzo/ prestazione</em> sia come valore <em>sostenibile e sociale</em> intrinseco. Per favorire tutto questo, però, è necessario che lo stesso <strong>Made in Italy</strong> sia aiutato da digitalizzazione e sostenibilità in grado di dare continuità a quel processo di<em> crescita </em>e di <em>riconoscimento</em> per L’Italia stessa.</p>



<p></p>



<p><em>Vitanna Di Taranto</em></p>



<p>#JEMIBreview</p>
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			</item>
		<item>
		<title>LA DIGITALIZZAZIONE DELLE PA PER UNA CRESCITA SOTENIBILE</title>
		<link>https://jemib.it/la-digitalizzazione-nelle-pa-per-una-crescita-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 09:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[PA]]></category>
		<category><![CDATA[sotenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La digitalizzazione sarà il driver per una crescita sostenibile. Scopri il piano di trasformazione che ha lanciato il comune di Milano.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quali sono i ruoli della tecnologia e della<strong> digitalizzazione</strong> dei servizi nelle nuove sfide che ci attendono in tema di <strong>sostenibilità </strong>economica, sociale e ambientale nelle PA? Le città del futuro saranno in grado di essere i motori di una transizione ambientale grazie alla costruzione di nuovi efficaci modelli di smart cities più green e tecnologiche?</p>



<p>Nel corso dell’evento “I benefici della digitalizzazione per la sostenibilità”, nell’ambito della Milano Digital Week 2021, il Comune di Milano ha presentato i risultati e l’impatto del Piano di Trasformazione Digitale per la città lanciato nel 2016.</p>



<p>Il progetto umano per il XXI secolo dev’essere volto a coniugare la crescita sostenibile con la crescita del benessere umano: la digitalizzazione può proprio permettere di raggiungere questo ambizioso obiettivo, e il decisore sociale dovrebbe agire in conseguenza</p>



<h3 class="wp-block-heading">Come si è mosso il comune di Milano?</h3>



<p>Il Comune di Milano, in cui ha sede la nostra Associazione, ha creato un sistema per tracciare dei parametri per valutare l’impatto della <strong>digitalizzazione</strong>, tenendo conto da un lato del <strong>welfare</strong> dei cittadini, dall’altro del miglioramento dei processi della PA. Il modello opensource elaborato dal Comune prevede la suddivisione dei benefici apportati dalla digitalizzazione in tre macroaree: benefici sociali, benefici economici e benefici ambientali. La misurazione dei dati è attuata su ogni processo ricompreso nel modello di calcolo, standardizzando i processi analogici per avere un benchmark di comparazione dei risultati ottenuti nei diversi periodi temporali, e snellendo le procedure in fase di digitalizzazione. Sulla base delle misurazioni, il Comune ha potuto calcolare i vantaggi per la PA e per i cittadini apportati dalla <strong>digitalizzazione.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">La rendicontazione: strumento di Corporate Responsibility o di Marketing?</h3>



<p>&nbsp;Siamo davvero sicuri, però, che la sola compensazione delle emissioni sia la vera strada per migliorare l’impatto ambientale delle organizzazioni? Probabilmente è solo l’efficientamento dei processi che può abbattere significativamente le emissioni: solo tracciando veramente i consumi, al fine di attuare processi di individuazione, controllo e gestione degli sprechi, si possono abbattere davvero le emissioni. L’approccio alla sostenibilità è invece spesso attuato in modo qualitativo, anziché quantitativo, e pare più una strategia di marketing o di comunicazione politica.</p>



<p>Visti però gli innovativi software presenti sul mercato volti alla rilevazione dei consumi, si potrebbe attuare un approccio quantitativo alla sostenibilità. Questo differente approccio potrebbe veramente efficientare la gestione delle organizzazioni, riducendo le emissioni e permettendo di attuare delle rendicontazioni serie affidabili. La <strong>digitalizzazione </strong>e l’<strong>innovazione </strong>diverranno veramente driver di sostenibilità solo quando l’innovazione dei processi permetterà di diminuire le emissioni e solo successivamente raggiungere la piena compensazione delle esternalità ambientali create dall’attività della PA. Non si può più, infatti, pensare di creare crescita ed innovazione senza che vi sia l’abbattimento degli sprechi e la conseguente compensazione ambientale delle esternalità insite nei processi produttivi.</p>



<p><em>Linda Brunelli</em></p>



<p>#JEMIBreview</p>
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		<title>FAKE NEWS: RICONOSCERLE PER EVITARLE</title>
		<link>https://jemib.it/fake-news-riconoscerle-per-evitarle/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 14:41:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[fake news]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[JEMIB]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È fondamentale saper riconoscere le fake news così da evitare la loro diffusione che veicola confusione, panico e disinformazione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da quando il mondo dei social ha preso il sopravvento sulla nostra vita, <strong>le Fake News</strong> sono una parte ridondante della nostra giornata; cascare in una rete di notizie tanto false quanto attraenti è diventato dunque estremamente semplice. È quindi di fondamentale importanza <strong>saperle riconoscere così da evitarle</strong>, in quanto la facilità con cui si diffondono veicola confusione e, nel peggiore dei casi, panico e disinformazione. Prima di gettare benzina sul fuoco, vediamo effettivamente cos’è una Fake News e quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione per poterle riconoscere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cos’è una Fake News?</h2>



<p>Il termine inglese Fake News, indica articoli redatti con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, resi pubblici con il deliberato intento di disinformare o di creare scandalo attraverso i mezzi di informazione. Tradizionalmente a veicolare le Fake News sono i grandi media, ovvero le televisioni e le più importanti testate giornalistiche. Tuttavia, siamo i protagonisti di un’epoca in cui, semplicemente portando la mano verso la tasca ed estraendo il nostro smartphone, diventiamo magicamente padroni di un’infinità di informazioni.</p>



<p>In particolare, i Social Network (Facebook, Instagram, WhatsApp), sono ormai la valle in cui risuona l’eco di qualsiasi voce, ed è dunque proprio qui che entriamo in contatto con la maggior parte delle Fake News.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché le Fake News hanno tanti click?</h2>



<p>Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere cosa ci porta ad aprire una notizia piuttosto che un’altra.<br>Le anteprime dei contenuti web sono composte generalmente da un titolo, un sottotitolo, e un’eventuale foto.<br>Nessuno di questi fattori, però, viene definito senza uno scopo ben preciso. I titoli saranno sfarzosi e sensazionalistici, i sottotitoli saranno accattivanti e le foto di grande impatto. Per descrivere meglio questo fenomeno, dobbiamo introdurre il fenomeno del clickbait. Il <strong>clickbait</strong> è un termine che indica un contenuto web il cui scopo principale è quello di attirare il maggior numero possibile di click.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Ma come fa effettivamente a funzionare una tecnica del genere?</h2>



<p><br>La risposta è, in realtà, molto semplice. Il clickbait rimane sempre sul vago, in modo tale che tutti, apparentemente, possiamo sentirci coinvolti e interessati dal contenuto che nasconde.<br>Per fare un esempio pratico, non leggerete mai un titolo del genere: “S<em>ensazionale scoperta nel mondo scientifico: ecco a voi il Bosone di Higgs”, bensì, troverete un’infinità di titoli simili a questo: “Fenomenale! Ecco l’ultima scoperta nel panorama scientifico…</em>”.</p>



<p><br>Non solo il clickbait contribuisce al successo delle Fake News, vi sono altri aspetti da tenere in considerazione, alcuni dei quali probabilmente meno intuitivi. Facciamo un piccolo passo indietro. È risaputo che, purtroppo, le notizie vere non sono sempre belle, anzi, spesso sono crude, dirette, spietate; non vanno a soddisfare il desiderio di appagamento che abbiamo. Ma a loro non importa, perché non devono essere affascinanti, devono essere, semplicemente, vere, fedeli alla realtà. Una Fake News, invece, non è soggetta a nessun vincolo di questo tipo, e può dunque sbizzarrirsi nel riportare false verità il cui unico scopo è quello di essere accomodanti, soddisfacenti, intriganti.<br>Ecco dunque perché le Fake News hanno così tanti click. Perché, in fondo, danno sempre una risposta semplice a una domanda difficile.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><br>Qual è la motivazione che spinge la diffusione di notizie false?</h2>



<p><br>Uno dei fattori preponderante che spinge l’autore a creare Fake News, consapevole della popolarità che esse hanno, è quello di ottenere il maggior numero di views possibili sulla propria pagina web, rivista o su qualsiasi sia lo strumento di divulgazione delle informazioni. Queste views, in molti casi, comportano un guadagno per l’autore tramite pubblicità e inserzioni presenti nel sito stesso, quindi maggiori saranno le visite e le condivisioni, maggiore sarà il suo profitto. L’autore utilizza furbamente le caratteristiche elencate nel paragrafo precedente per arrivare al maggior numero di lettori, potendo così sfruttare questi ultimi a scopo di lucro; dunque, oltre che divulgare disinformazione, è in grado di generare un guadagno significativo, considerando anche i costi irrisori cui è soggetto.<br></p>



<p>Un altro scopo che spinge alla creazione di una Fake News, è sicuramente quello di influenzare chi la legge, tirandolo verso una direzione che, generalmente, ha un carattere di propaganda politica o socio-economica. Banalmente, potremmo leggere una notizia che ci informa su determinati comportamenti o atteggiamenti tenuti da un leader di partito, mettendo in luce come questi siano stati immorali. Saremo così immediatamente influenzati nel giudizio dell’individuo in questione, rischiando di inciampare in valutazioni pregiudizievoli.<br></p>



<p>È dunque fondamentale, per l’autore di Fake News, cercare di inculcare pensieri e idee distorte nella mente del lettore, così da modificare le sue prospettive e punti di vista, inducendolo a differenti considerazioni e decisioni, che possono avere un impatto in ambito sociale, politico ed economico. Succede a volte, anche se con frequenza minore, che la reale intenzione di una Fake News sia ombreggiata ed oscurata da una copertina illusoria il cui scopo è quello di generare semplicemente caos. È importante essere consapevoli che lo scalpore generato da una notizia non è mai fine a sé stesso, ma si riconduce, nella maggior parte dei casi, ai fini descritti nelle righe superiori.</p>



<p><br>Osserviamo degli&nbsp;<strong>studi</strong>&nbsp;condotti sulle Fake News:<br>Ve ne sono innumerevoli il cui scopo è quello di sottolineare quanto il problema delle Fake News sia attuale, concreto e pericoloso. Analizziamo due delle ricerche più importanti in questo ambito, condotte da First Draft News, uno dei progetti più importanti per combattere la disinformazione online, e dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology in collaborazione con Twitter.<br>Claire Wardle, direttrice di First Draft News, network internazionale sulla verifica delle fonti online, individua:</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sette modi di fare disinformazione:</h2>



<ol class="wp-block-list"><li>Collegamento ingannevole: quando titoli, immagini o didascalie differiscono dal contenuto.</li><li>Contenuto ingannatore: quando il contenuto viene spacciato come proveniente da fonti realmente esistenti.</li><li>Contenuto falso al 100%: quando il contenuto è completamente falso, costruito per trarre in inganno.</li><li>Contenuto manipolato: quando l’informazione reale, o l’immagine, viene manipolata per trarre in inganno.</li><li>Manipolazione della satira: quando non c’è intenzione di procurare danno, ma il contenuto satirico viene utilizzato per trarre in inganno.</li><li>Contenuto fuorviante: quando si fa uso ingannevole dell’informazione per inquadrare un problema o una persona.</li><li>Contesto ingannevole: quando il contenuto reale è accompagnato da informazioni contestuali false.<br>Uno studio condotto da ricercatori del Mit in collaborazione con Twitter ha analizzato che una “Fake news” ha il 70% di probabilità in più di essere retwittata di una “true”.<br>“<em>Abbiamo riscontrato che le menzogne si diffondono molto più velocemente, più in profondità, e in modo più ampio rispetto alla verità, in tutte le categorie dell’informazione. Le false notizie sono più nuove e le persone hanno maggiori probabilità di condividere nuove informazioni</em>.”<br>Sui social network, le persone possono attirare l’attenzione essendo i primi a condividere informazioni precedentemente sconosciute (ma probabilmente false).</li></ol>



<h2 class="wp-block-heading">Come riconoscerle per evitarle?</h2>



<p><br>Nonostante le Fake News siano spesso molto ingannevoli e capaci di mascherarsi da notizie vere, vi sono numerose accortezze che possiamo prendere per evitarne o comunque limitarne drasticamente la diffusione. Perché è importante ricordarsi che, nonostante tutto, siamo noi, principali utilizzatori dei social network, coloro i quali possono distruggere il diffondersi delle notizie false. Il primo aspetto su cui fare leva è sicuramente il buon senso. È necessario<br>comprendere a fondo che ogni notizia errata, è potenzialmente una bomba ad orologeria se utilizzata nel modo sbagliato. Questo fattore deve spingerci a fare un passo indietro ogni qualvolta ci imbattiamo in una nuova notizia, e porci di fronte un interrogativo molto importante: “<strong>Ciò che sto leggendo è effettivamente vero? È riportato dalle principali fonti di divulgazione? Si basa su studi scientifici condotti dalle più importanti associazioni che operano in tale campo?</strong>”. Le giuste domande sono sicuramente il segreto per trovare le risposte corrette, ed è per questo motivo che è di fondamentale importanza porsele.<br></p>



<p>In questo processo che è sicuramente delicato, non siamo soli per fortuna. Vi sono innumerevoli aiuti che possiamo sfruttare per verificare la veridicità di una notizia. In particolare, possiamo affidarci alle competenze e alla serietà con cui operano, ad esempio, Butac e First Draft News, associazioni e progetti attivi nella lotta contro le notizie false.<br></p>



<p>La battaglia che ognuno di noi può condurre contro le Fake News e la loro diffusione, ci ricorda quanto l’operato di ogni singolo individuo sia, alla fine, estremamente importante per il raggiungimento di uno scopo comune, che rappresenta, in tale caso, proteggere tutti noi dalla minaccia delle notizie false.</p>



<p>Simone Ravani</p>



<p>#JEMIBreview</p>



<p>Fonti:<br>Massachusetts Institute of Technology<br>First Draft News<br>Il Sole 24 ORE</p>
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		<title>DA FERRARI ALLE JUNIOR ENTERPRISES: L&#8217;IMPATTO DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE</title>
		<link>https://jemib.it/da-ferrari-alle-junior-enterprise-limpatto-dello-sviluppo-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Dec 2019 15:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[JEMIB]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sostenibilità è forse il tema più importante e dibattuto negli ultimi tempi, soprattutto nell’ambito imprenditoriale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Fine della povertà. Combattere le disuguaglianze. Arrestare il cambiamento climatico. Promuovere una crescita dignitosa.</p>



<p>La sostenibilità è forse il tema più importante e dibattuto negli ultimi tempi, soprattutto nell’ambito imprenditoriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ma cosa significa davvero il termine “Sostenibilità”?</strong></h2>



<p><br>Sono 17 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile individuati dalle Nazioni Unite che costituiscono aspetti di fondamentale importanza da raggiungere entro il 2030 per la crescita di società pacifiche e per combattere i cambiamenti climatici.<br></p>



<p>Uno sviluppo globale e sostenibile è la capacità di riuscire a vivere in maniera dignitosa ed equa per tutti, senza distruggere i sistemi naturali da cui traiamo le risorse per vivere e senza oltrepassare le loro capacità di assorbire gli scarti e i rifiuti dovuti alle nostre attività produttive e di rigenerarsi.<br>In particolare, la Commissione delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo definisce, con il rapporto Brundtland nel 1987, lo sviluppo sostenibile come “lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri”. <br>Il 28 novembre 2019, ad esempio, la commissione Europea ha presentato una strategia a lungo termine innovativa e competitiva, che punta alla neutralità climatica entro il 2050.<br>Non solo, sempre parlando di Europa, non si può non citare il “<strong>Green New Deal</strong>”, piano estremamente interessante nato con lo scopo di ridurre a zero le emissioni di gas, diminuire i costi di vita e migliorare la qualità del mondo lavorativo. Leader di tutto il mondo, multinazionali e piccole realtà si stanno adoperando per promuovere il benessere umano e proteggere l’ambiente, iniziando a esporsi al cambiamento e adottando soluzioni sempre più innovative.<br></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Caso Ferrari</h2>



<p>Parlando di innovazione, Ferrari ne è l’emblema, riuscendo a porre passioni e persone al centro della produttività, lanciando il programma “Formula Uomo” e cambiando radicalmente i suoi stabilimenti grazie al ricorso delle migliori tecnologie nel segno della sicurezza, della responsabilità ambientale e della qualità della vita. Investire nei propri dipendenti, nelle loro famiglie, nei clienti e nell’intera comunità non è mai una scelta banale e saper comprendere le loro esigenze, integrandole al benessere e alla crescita mondiale, è solo un fattore di successo che deve essere perseguito attraverso un percorso lungo e costante. A questo si accosta il concetto di matrice di materialità e responsabilità del prodotto, il quale porta l’attenzione verso l’immagine e la reputazione del marchio, l’innovazione, la qualità e sicurezza di prodotti e clienti, la soddisfazione e condotta etica degli affari. <br></p>



<p>Nell’ambito dell’impegno di Ferrari a rispettare e promuovere i diritti umani e la<br>sostenibilità delle sue operazioni, Ferrari seleziona i fornitori in base non solo alla qualità e alla competitività dei loro prodotti e servizi , ma anche alla loro aderenza ai principi sociali, etici e ambientali, come indicato nel loro Codice di condotta creato ad hoc.</p>



<p>Il supporto di <strong>Ferrari </strong>verso gli SDGs, come detto, va di pari passo con la crescita economica e finanziaria non solo della loro casa, ma anche del proprio capitale umano, generando una crescita costante e duratura nel tempo e cercando, tramite l’innovazione, l’investimento in nuovi motori e in fonti a basse emissioni, di migliorare il proprio e il nostro futuro.<br></p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;impegno delle Junior Enterprise</h2>



<p>Se da un lato Ferrari Corporate, Amazon, JP Morgan, General Motors e Adidas si stanno muovendo per uno sviluppo sostenibile, dall’altro <strong>le nostre Junior Enterprise come possono fare la differenza? </strong><br>Proprio partendo dalla frase “We generate impact” che si riconosce la voglia dei Junior Entrepreneur di fare la differenza, creando impatto e mirando alla continua crescita sostenibile di queste associazioni.<br></p>



<p>Sostenibilità e impatto sono infatti le due parole chiave che guidano le Junior Enterprise nel loro percorso e che hanno portato alla decisione di puntare su tre SDGs in particolare: Quality Education, Decent Work and Economic Growth, Partnership for the Goals. Scegliere di adottare queste tre traguardi non è stato solo un buon proposito, ma, anzi, sta portando a ottenere grandissimi risultati.<br></p>



<p>Ad oggi sono 330 le Junior Enterprise sparse su quattordici Stati Europei che presentano circa 4350 progetti l’anno, in cinquantadue anni di esperienza. Ovviamente questi numeri sono solo l’inizio. <br></p>



<p>Creare una rete più solida di Junior Enterprise estendendola su più paesi e università, favorendo sinergie tra le associazioni, promuovendo e aumentando il numero di progetti esterni in collaborazione e potenziando ulteriormente i Junior Entrepreneur sono gli obiettivi principali che si vorrebbero raggiungere al più presto e che speriamo, nel nostro piccolo, possano fare la differenza, in questo mondo e nel suo sviluppo.</p>



<p>Teresa Rizzi</p>



<p>#JEMIBReview</p>
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		<item>
		<title>DALLA BANCA TRADIZIONALE ALLA BANCA DIGITALE: QUALI COMPETENZE?</title>
		<link>https://jemib.it/dalla-banca-tradizionale-alla-banca-digitale-quali-competenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2019 16:36:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[banca digitale]]></category>
		<category><![CDATA[consulenza]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[JEMIB]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il modello tradizionale bancario, secondo gli esperti, è a tutti gli effetti superato. Che cosa ha determinato questo cambiamento?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Questa settimana vogliamo proporvi un articolo un po’ diverso dal solito… questo pezzo é stato scritto da Enza Gioia, una donna in carriera, una coach, co founder di Network Strategy e “last but not least” nostra trainer per rendere i nostri associati sempre informati ed aggiornati!</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il superamento del modello bancario tradizionale a favore&nbsp;del Digitale porta con se una ridefinizione del mercato del lavoro con la ricerca di&nbsp;competenze&nbsp;specialistiche&nbsp;e la creazione di nuove figure professionali.</h2>



<p>Il modello tradizionale bancario, secondo gli esperti, è a tutti effetti superato. Che cosa ha determinato questo cambiamento? &nbsp;Sicuramente l’avvento delle tecnologie digitali, l’evoluzione della regolazione,&nbsp;la crescita del&nbsp;Fintech,&nbsp;l’arrivo di nuovi player che hanno una conoscenza profonda delle abitudini dei consumatori. Se&nbsp;pensiamo, ad esempio alla&nbsp;PSD2&nbsp;(Payment&nbsp;System Directive 2)&nbsp;, entrata in vigore nel&nbsp;2018, non possiamo non considerare come e quanto questo fenomeno abbia segnato l’inizio di una nuova era per &nbsp;il mercato bancario tradizionale. A seguito di questa novità legislativa la &nbsp;banca tradizionale &nbsp;ha iniziato a competere in un’arena presidiata anche da attori &nbsp;del BIG&nbsp;Tech&nbsp;che fino a poco tempo fa non avremmo mai immaginato tra gli operatori in grado di fornire&nbsp;servizi bancari&nbsp;ai consumatori.&nbsp;Oppure,&nbsp;Il confronto con gli operatori del&nbsp;Fintech&nbsp;che&nbsp;rappresenta per le banche tradizionali un’opportunità di accelerazione della trasformazione, oltre che una straordinaria opportunità di innovazione. &nbsp;Le banche&nbsp;tradizionali,&nbsp;in questo senso,&nbsp;dovranno ricorrere a competenze esterne&nbsp;e ne dovranno abilitare&nbsp;anche di nuove al loro&nbsp;interno per muoversi in uno scenario chesta&nbsp;cambiando molto rapidamente. Il superamento del modello di Banca tradizionale a favore del modello digitale si presenta, &nbsp;al momento, per i &nbsp;consumatori come un modello “di luci ed ombre”. Secondo uno studio condotto da&nbsp;McKinsey&nbsp;&amp; Company,&nbsp;le principali criticità emerse dallo&nbsp;studio“Affluent&nbsp;Customer&nbsp;Insight”&nbsp;dedicato al comportamento d’acquisto dei consumatori nei prodotti d’investimento sono rappresentati dai &nbsp;Costi di consulenza&nbsp;più elevati rispetto agli altri paesi Europei&nbsp;. L’analisi evidenzia anche come, nel 2019,&nbsp;il 13% dei clienti&nbsp;“affluent”&nbsp;italiani abbia&nbsp;preferito investire in prodotti finanziari attraverso modalità&nbsp;digitali. Tale dato, mostra un ritardo rispetto al valore medio europeo, che si attesta al 32%.&nbsp;Questo &nbsp;evidenzia secondo la ricerca, un grande potenziale di crescita per l’Italia, sia per l’area della consulenza, sia per il digitale.</p>



<p>Questo scenario evidenzia&nbsp;quindi&nbsp;un’ottima opportunità di impiego e di crescita per figure professionali dal profilo&nbsp;in linea a questo mercato in evoluzione.&nbsp;Solo&nbsp;due numeri sul digitale, forniti da KPMG nel suo rapporto Digital Banking 2018.</p>



<p>In Italia il 73% della popolazione utilizza internet. Il 65% usa il mobile per accedere ad internet e il 57% della popolazione è attiva sui social.</p>



<p>In base ai dati forniti da&nbsp;<a href="https://www.digital-coach.it/prossimo-passo/?gclid=Cj0KCQjwyerpBRD9ARIsAH-ITn8dp_8puby1uCCdaCyiEKpMtJi_2i6COyF14i6skNz2gGOIjTy_tTkaAqIEEALw_wcB">Digital Coach</a>, scuola specializzata sulla certificazione delle nuove professioni digitali, che ospita un portale dedicato alle offerte di lavoro specifiche in tale ambito, le aziende italiane che stanno introducendo modelli di business che utilizzano le nuove tecnologie per migliorare il proprio business sono sempre più numerose.&nbsp;Dall’analisi di tale portale, che dal 2015 ospita migliaia di annunci di lavoro nel settore digitale, emergono dei dati molto interessanti che forniscono importanti informazioni sulle esigenze del mercato e non solo su quello bancario.</p>



<p>Secondo&nbsp;<a href="https://www.digital-coach.it/prossimo-passo/?gclid=Cj0KCQjwyerpBRD9ARIsAH-ITn8dp_8puby1uCCdaCyiEKpMtJi_2i6COyF14i6skNz2gGOIjTy_tTkaAqIEEALw_wcB">Digital Coach</a>&nbsp;la rivisitazione&nbsp;dell’organico aziendale &nbsp;tradizionale è data soprattutto dalla ricerca di nuove figure professionali,&nbsp;che possano sopperire alla mancanza di competenze digitali interne, ma che abbiano inoltre potenziali di cross-competence&nbsp;tra web e social media. Infatti,&nbsp;le offerte di lavoro pubblicate che hanno visto una maggiore richiesta sono proprio quelle relative al&nbsp;digital, inteso appunto come unione sia del web, che dei social media.</p>



<p>Osservando le offerte emerge anche il dato relativo alle figure professionali digitali più ricercate: 22%&nbsp;digitalmarketing&nbsp;specialist&nbsp;o manager, 20% il social media manager, 10% il SEO&nbsp;specialist, 10% il web marketing&nbsp;specialist, 10% l’e-commerce&nbsp;specialist&nbsp;o manager, 6% il SEM o PCC&nbsp;specialist.</p>



<p>Una fotografia del mercato del lavoro digitale che evidenzia, da un lato, &nbsp;nuove opportunità a chi già ha queste competenze e offre, &nbsp;dall’altro,&nbsp;alle Direzioni HR, utili spunti di riflessione per la definizione dell’offerta formativa&nbsp;per l’abilitazione di competenze digitali in azienda.</p>



<p>Enza Gioia &#8211; Coach in Digital marketing and Communication e Senior Partner di Parry &amp; Associati</p>



<p>#JEMIBReview</p>
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		<title>ECONOMIA CIRCOLARE: TRA IDEE E REALTÀ</title>
		<link>https://jemib.it/economia-circolare-tra-idee-e-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2019 08:17:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[BLOG]]></category>
		<category><![CDATA[economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[JEMIB]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://jemib.it/?p=2837</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’economia circolare è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prendete ad esempio le api.&nbsp;</p>



<p>Sì, quegli insetti colorati che passano la loro vita a raccogliere polline, che poi diventa cera, o miele, che diventa a sua volta cibo e che, per questi insetti, diventa anche “casa”.</p>



<p>L’<a href="https://www.ellenmacarthurfoundation.org/"><em>Ellen MacArthur Foundation</em></a>&nbsp;afferma che “<strong>L’economia circolare è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola</strong>”.</p>



<p>Ciò vale a dire che in un’economia circolare tutte le attività, a partire dall’estrazione fino alla produzione e il consumo, sono organizzate in modo tale che i rifiuti di una diventino valore per l’altra, creando un circolo virtuoso in grado di abbattere quell’ “impatto ambientale”, che qualcuno negli ultimi tempi sta spesso ricordando essere la più grave minaccia nella storia dell’essere umano.</p>



<p>Benché ultimamente questo tema sia giunto alla ribalta, come altre volte era accaduto, l’economia circolare di per sé non è poi così giovane. La sua prima apparizione pubblica risale al 1966, le sue prime applicazioni pratiche risalgono agli anni ’70, la sua prima menzione politica risale al 2006 (Cina,&nbsp;<em>11° piano quinquennale</em>).&nbsp;</p>



<p>Si tratta di una teoria comunque sempre innovativa, che va di pari passo con lo&nbsp;<strong>sviluppo tecnologico</strong>&nbsp;e non può prescindere da esso, e allo stesso tempo, così come la definizione vuole, che riesce ad autoalimentarsi ed evolversi continuamente.</p>



<p>C’è un aspetto, però, che pochi sottolineano quando si affronta il tema dell’economia circolare: il suo possibile impatto positivo sul benessere della collettività.</p>



<p>Anzitutto “economia circolare” vuol dire, in senso pratico:&nbsp;<strong>riutilizzo</strong>,&nbsp;<strong>riciclo</strong>&nbsp;e in definitiva&nbsp;<strong>condivisione</strong>; pensiamo ad esempio a tutti quei servizi che vengono forniti in soluzione “sharing” e che possono anch’essi rientrare nella nozione di economia circolare.</p>



<p>Come è stato affermato anche durante un evento dello scorso 20 maggio, promosso dal CESISP (Centro di Ricerca in Economia e Regolazione dei Servizi, dell’Industria e del Settore Pubblico), in un’economia circolare un bene durevole può diventare servizio, se il suo utilizzo, quindi il suo consumo, viene condiviso da più utenti.&nbsp;</p>



<p>Ma scendendo più nel vivo della materia, economia circolare vuol dire anche che “rifiuto” può diventare “cibo”, il che significa quindi&nbsp;<strong>portare quasi allo zero i possibili sprechi</strong>&nbsp;generati in un’economia “lineare”, fornendo una possibile soluzione, o parte della soluzione, di un problema (la fame nel mondo, n.d.a.) che sicuramente merita attenzione.</p>



<p>Ma ci sono ancora altri due aspetti fondamentali, di cui soli in pochi &nbsp;ricordano l’esistenza:&nbsp;<strong>&nbsp;<em>la diversità è forza</em></strong>.</p>



<p>Potrebbe apparire più come uno slogan elettorale, o peggio una citazione orwelliana, ma questa asserzione (diversità è forza), è puramente afferente alle teorie economiche.&nbsp;</p>



<p>Ed è ovvio, considerando che le caratteristiche più importanti di un’attività nell’economia circolare sono: modularità, adattabilità e versatilità; traguardi che è possibile raggiungere soltanto nel momento in cui partecipano al gioco, quanti più soggetti possibile.</p>



<p>“Diversità è forza” significa che, una moltitudine di idee concorrono per lo stesso obiettivo, il che porterebbe molto probabilmente dei benefici alla collettività, in termini economici, certamente, ma anche in termini forse più umani, che vanno al di là dei semplici numeri.&nbsp;</p>



<p>Ma a quanto pare fa molta più gola, parlare di economia circolare solo in relazione ai suoi possibili benefici per Madre Natura, dimenticando questi ulteriori aspetti che forse colpirebbero al cuore le persone, anche proprio quegli elettori che molti soggetti politici (e non) oggi invocano.</p>



<p>Vi è però un altro motivo, per cui l’aspetto ambientale è preponderante, ed è sicuramente legato alla relativa facilità di quantificazione. È notoriamente più semplice misurare la riduzione di CO<sub>2</sub>, o il numero di tonnellate di cibo non mandato al macero, piuttosto che la soddisfazione di un essere umano, dovuta al vivere in un sistema economico, con la S maiuscola, che possa coinvolgerlo e portargli benefici, senza necessariamente richiedergli uno sforzo.&nbsp;</p>



<p>Una cosa però è certa, l’economia circolare non è più soltanto una teoria affascinante e ideale, è ormai qualcosa di estremamente reale, con una prospettiva di crescita (i numeri parlano di oltre 80 miliardi di euro di fatturato, soltanto per l’Italia) che non si vedeva da decenni.&nbsp;</p>



<p>Le api, si è detto, quei piccoli animali che vivono in comunità, piccole e grandi, che operano insieme con l’obiettivo di sopravvivere, strette nei loro spazi e con risorse non inesauribili.</p>



<p>#JEMIBreview</p>



<p>Dario Marrone</p>
<p>L'articolo <a href="https://jemib.it/economia-circolare-tra-idee-e-realta/">ECONOMIA CIRCOLARE: TRA IDEE E REALTÀ</a> proviene da <a href="https://jemib.it">JEMIB Junior Enterprise Milano Bicocca</a>.</p>
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		<title>EQUITY CROWDFUNDING</title>
		<link>https://jemib.it/equity-crowdfunding/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 09:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[crowdfunding]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[JEMIB]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'equity crowdfunding è un tipo di crowdfunding in cui chiunque può investire in una società dopo la pubblicazione di una campagna di raccolta fondi su un portale online specializzato</p>
<p>L'articolo <a href="https://jemib.it/equity-crowdfunding/">EQUITY CROWDFUNDING</a> proviene da <a href="https://jemib.it">JEMIB Junior Enterprise Milano Bicocca</a>.</p>
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<p>La parola “<strong>crowdfunding</strong>” arriva sempre più spesso al nostro orecchio, la sentiamo in università, al bar, a lezione e nei discorsi dei nostri amici più intraprendenti… ma alla fine… CHE COS’É IL CROWDFUNDING?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il crowdfunding <em>(finanziamento di gruppo)</em> è un processo collaborativo di raccolta fondi che si svolge online attraverso piattaforme web, dove un gruppo di persone dà una somma di denaro, anche di modesta entità, per sostenere e finanziare progetti/idee di persone e organizzazioni. La principale innovazione portata dal crowdfunding è rappresentata dall’utilizzo di strumenti informatici e dalla capacità delle piattaforme di coinvolgere un gran numero di persone.</p></blockquote>



<p>La crisi economica ha portato le imprese a guardare all’ opportunità di nuove forme di finanziamento e a una nuova relazione con il cliente. Microcredito, equity-crowdfunding sono alternative utili e modi concreti per promuovere il&nbsp;<strong>sostegno finanziario</strong>&nbsp;e possono anche contribuire a risolvere&nbsp;in parte l’impasse strategica e operativa affrontata dagli istituti di credito negli anni di crisi.</p>



<p>L’<strong>equity crowdfunding</strong>&nbsp;è un’evoluzione del crowdfunding tradizionale ed è uno dei quattro modelli di crowdfunding esistenti (donation, reward, lending ed equity). Il suo sviluppo è stato favorito, dopo la crisi finanziaria del 2008, dalla difficoltà di accesso al credito da parte delle imprese. È un tipo di crowdfunding in cui chiunque può investire in una società da una &nbsp;start up ad una PMI l’importante è pubblicare una campagna di raccolta fondi su un portale online specializzato&nbsp;<em>(piattaforma di equity crowdfunding)</em>. La campagna ha una durata limitata &nbsp;e un obiettivo specifico di fondi da raccogliere.</p>



<p>Se, al suo termine, si raggiunge l’obiettivo, gli investitori entreranno nell’azienda con il capitale sociale, condividendo così il “<strong>rischio d’impresa</strong>” con il partner attuale o i membri, se invece l’obiettivo dovesse esser raggiunto la donazione verrà restituita. Il modello equity prevede che il finanziamento avvenga in forma di capitale di rischio; attraverso l’investimento è così acquisito un vero e proprio titolo di partecipazione nella società. Pertanto, si differenzia dagli altri modelli per la sua particolare “ricompensa” attesa da coloro che contribuiscono al progetto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come è nato l&#8217;equity crowdfunding? </h2>



<p>Gli Stati Uniti hanno dato vita alle piattaforme di crowdfunding più importanti, e lo stesso vale per l’equity-based: nel 2005, a Fayetteville, Arkansas, è nata EquityNet, la prima piattaforma di &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; equity-crowdfunding. Il 2012 è stato un anno importante per l’equity crowdfunding negli USA: il 5 aprile 2012, la “Jumpstart Our Business&nbsp;Startup”, la cosiddetta Jobs Act, è stata approvata; questa legge ha istituito questo tipo di raccolta fondi, rendendo meno stringenti alcune regolamentazioni.</p>



<p>Il proponente, l’imprenditore, lancia la raccolta fondi sulla piattaforma online, spiegando le informazioni sul progetto e l’obiettivo monetario relativo da raggiungere al fine di attuarla. L’obiettivo di raccolta è suddiviso in fixed-price units ossia offerte agli investitori.</p>



<p>Il progetto che raggiunge l’obiettivo minimo di finanziamento sarà effettuato secondo i termini stabiliti e gli investitori otterranno la quota di partecipazione concordata; viceversa, se non si dovesse raccogliere la cifra stabilita quanto pagato verrà restituito. Capite quindi che il sostenitore è un azionista che fa un investimento e acquista una quota di partecipazione della società, al fine di ottenere i dividendi dal capitale detenuto.</p>



<p>Il meccanismo di equity crowdfunding è simile a quello di crowdfunding “normale”. Una società si presenta online su piattaforme specializzate, spiega gli obiettivi e imposta la quota di fondi che deve essere raggiunta entro la fine della campagna.&nbsp;Secondo i dati relativi al Crowdinvesting dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’obiettivo medio di raccolta è di € 226.843. Fino ad oggi, 155 offerte sono state attivate, con un tasso di successo del 59,8%.</p>



<p>Nonostante le origini statunitensi, la diffusione in Europa è stata velocissima, diventando ormai seconda solo agli Stati Uniti. Il rapporto&nbsp;<em>“Current of Crowdfunding”</em>&nbsp;recentemente pubblicato da Crowdfunding Hub, centro europeo specializzato per la finanza alternativa e partecipata, mostra che nel 2015 il settore crowdfunding in Europa ha continuato a crescere e maturare. In quasi tutti i paesi europei, i volumi sono in rapido aumento, ma rimangono grandi differenze tra i vari paesi. Il Regno Unito si conferma il mercato più maturo, sia in termini di volumi e di un ecosistema, paesi come l’Olanda, la Francia, la Spagna, la Germania, l’Estonia e Austria hanno invece volumi inferiori rispetto al Regno Unito, ma lo sviluppo dell’ecosistema in ognuna di esse ha il potenziale per rendere il&nbsp;<strong>mercato della finanza alternativa</strong>&nbsp;particolarmente forte e significativa.</p>



<p>Anche in Italia l’equity crowdfunding è presente e&nbsp;le piattaforme autorizzate da Consob hanno conseguito risultati di raccolta tali da renderle finalmente paragonabili alle loro omologhe degli altri Paesi europei, grazie a un incremento di più di 3 volte rispetto alla raccolta del 2017 e di più del doppio rispetto al numero di campagne chiuse con successo.</p>



<p>#JEMIBreview</p>



<p>Lucrezia Rota</p>
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		<title>L&#8217;EVOLUZIONE DELLA MONETA: DAL BARATTO ALLE CRIPTOVALUTE</title>
		<link>https://jemib.it/levoluzione-della-moneta-dal-baratto-alle-criptovalute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jemib_admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2019 09:42:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[BLOG]]></category>
		<category><![CDATA[criptovalute]]></category>
		<category><![CDATA[JEMIB]]></category>
		<category><![CDATA[Moneta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La moneta è frutto di una lunga evoluzione storica che ha portato all’utilizzo di placchette di metallo aventi corso legale ad essere utilizzate come mezzo per acquistare beni e servizi nel sistema economico di appartenenza.</p>
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<p>“Pieni di denaro, siamo senza moneta. Anche, e soprattutto, quando pensiamo di averne. Perché quella che abbiamo non è moneta, e che cosa davvero sia l’abbiamo dimenticato”<br><em>Luca</em>&nbsp;<em>Fantacci</em></p>



<p>Tra le azioni che ognuno di noi compie inconsciamente ogni giorno c’è quella di procedere al pagamento di un bene o di un servizio senza porsi troppe domande sulla natura, la storia e il fondamento giuridico o convenzionale di tale gesto. Ciò che viene inteso comunemente come “moneta” è frutto di una lunga evoluzione storica che ha portato all’utilizzo di placchette di metallo aventi corso legale, prive di un valore intrinseco e convenzionalmente riconosciute, ad essere utilizzate come mezzo per acquistare beni e servizi nel sistema economico di appartenenza.</p>



<p><br>Nel XIX secolo lo storico Bruno Hildebrand proponeva con la sua teoria sugli stadi economici tre possibili diverse modalità di scambio di beni tra gli uomini: un primo stadio legato ad una “economia naturale” dove le transazioni avvenivano attraverso lo scambio di beni; un secondo stadio definito “economia monetaria” dove viene utilizzato per gli scambi un mezzo convenzionalmente riconosciuto, come un metallo prezioso; in ultimo lo stadio chiamato ”economia creditizia” ove la cessione di beni avviene in funzione di una promessa di pagamento. Benché le tre forme di scambio possano coesistere, di fatto l’una lascerà spazio all’altra in forza di un processo unilaterale ed ineluttabile, dove il vecchio verrà gradualmente sconfitto dal nuovo. Hildebrand, esponente della scuola storica, traccia un percorso evoluzionistico non lontano dalla ricostruzione storica di seguito proposta.<br>In uno stato arcaico regolato dal baratto, lo scambio è legato alla fortunata equivalenza fra due bisogni e due eccedenze di beni. Grazie all’introduzione della moneta si inserisce nel sistema economico un regolatore dello scambio che renda possibile una non-casuale produzione ed una efficiente allocazione delle eccedenze stesse.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading">Le fasi di sviluppo della moneta</h2>



<p><br>La moneta si è poi sviluppata e le diverse fasi possono essere così riassunte:</p>



<p><br>1. La ​<strong>moneta-merce​ </strong>è caratterizzata dal fatto di avere un valore intrinseco dato dal metallo nobile<br>di cui è costituita.<br>2. La <strong>​moneta convertibile</strong>​ ha un valore estrinseco corrispondente al valore nominale impresso<br>sulla moneta stessa. L’utilizzo convenzionale di questo strumento di pagamento si sviluppa<br>grazie alla garanzia, rappresentata da una riserva, detenuta dagli istituti di emissione.<br>3. Con la​ <strong>moneta fiduciaria</strong> ​il valore dato dalla fiducia trova fondamento nell’istituzionalizzazione<br>della moneta stessa. In questo caso un ordinamento giuridico, attraverso un semplice atto di volontà, attribuisce la competenza di emettere moneta avente corso legale. A ciò si aggiunge l’obbligo da parte degli individui di accettarla come mezzo di pagamento.</p>



<p><br>La moneta, per essere definita tale, deve assolvere a tre fondamentali funzioni: </p>



<ol class="wp-block-list"><li>quella di mezzo di scambio</li><li>di riserva di valore </li><li>infine di unità di conto </li></ol>



<p>La moneta tradizionale, come la definiamo noi oggi, ha subito una scossa dall’avvento di un nuovo fenomeno monetario: quello delle criptovalute. In questo caso il supporto di una banca centrale indipendente, responsabile della politica monetaria chiara e della stabilità finanziaria, viene meno. Questo nuovo mezzo di scambio, attraverso lo strumento della blockchain, supera la funzione di garante svolta dalla banca centrale, sostituendola con una struttura informatica basata su un’ottica peer to peer istantanea che si fonda su paradigmi crittografici.</p>



<p>La criptovaluta più conosciuta è quella denominata “Bitcoin”, questa è stata creata nel 2009 da un anonimo inventore, noto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Il bitcoin è una moneta digitale che in questi anni sta influenzando lo scenario economico e finanziario.<br>I sostenitori di questo strumento rintracciano come caratteri positivi il fatto che il Bitcoin non abbia un regolatore alle spalle e che sia di carattere transnazionale. Altri pregi sono rinvenibili nel fatto che sia resistente alla censura, che sia gratuito, sicuro, ed accessibile in qualsiasi momento.<br>Tuttavia, il nuovo strumento monetario palesa alcune criticità. In primis è da evidenziare il fatto che i Bitcoin non siano riconosciuti in nessuno Stato al mondo. Ciò non significa che i Bitcoin sono illegali, ma che comunque non sono tutelati da nessuna legge: accettare il Bitcoin come mezzo di pagamento non è obbligatorio e non vi sono rimedi garantiti in caso di frode. L’investimento in Bitcoin è poi vittima di possibili scenari di alta volatilità da cui è possibile tutelarsi solo grazie alla sottoscrizione di particolari derivati. In conclusione, la criptovaluta in esame realizza delle diseconomie di scala non indifferenti sotto il profilo del consumo energetico: si pensi che l’energia utilizzata dai “minatori” del Bitcoin è paragonabile a quella usata da un paese come la Svizzera.<br>Viste le premesse, nonostante il nocciolo duro della nozione di moneta rimanga stabile, è facile prevedere che lo scenario monetario sarà interessato da continui e repentini mutamenti, così come lo è stato in passato, non resta che aspettare che questi si verifichino in futuro.</p>



<p>#JEMIBreview</p>



<p>Martina Talon</p>
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